La psicologia dei polli (p. 40)

A forza di mangiare granaglie, mi sono talmente immedesimato negli usi e costumi delle galline, che ho sentito invincibile il richiamo del pollaio: il desiderio di finire i miei giorni dentro una stia.

Fin da piccolo ho sempre avuto una particolare inclinazione per le galline, che hanno il solo difetto di non essere belle e intelligenti come le foche dei mari del Nord, così nessuno ha mai speso una parola per loro. Non trovo giusto che una gallina sia giudicata poco dotata di sex appeal, solo perché ha un’unica chiappa.

Mi sono fatto una pelliccia di piume d’oca incollando fra loro le penne dei cuscini del letto, ho sistemato la cresta sul capo e ho dato l’addio al mondo degli uomini, per trasferirmi in quello dei polli. Mi sono presentato un bel mattino in una grossa stia di campagna come se fossi stato uno di loro. In principio c’era parecchia diffidenza: non avevano mai visto un pollastro gigante della mia stazza, ma quando hanno sentito i miei versi hanno capito che facevo sul serio.

Nessuno sospetta che le galline abbiano un loro linguaggio, invece parlano, e come! L’ho scoperto a mie spese: se fanno tanto di prendere confidenza non la finiscono più. I loro fonemi purtroppo sono cinque soltanto: coot, chiit, caat, cheet, cuut. Eppure riescono a capirsi
benissimo. Per compensare il numero esiguo di suoni a disposizione, hanno inventato vocaboli lunghi e ripetitivi, con ottimi risultati, anche se certi discorsi filosofici non
riescono bene.

All’inizio ho faticato a comprendere, perché molte loro parole e allocuzioni hanno un significato diverso dal nostro.

Un uovo fritto, ad esempio, è considerato interruzione della maternità, reato che prevede una condanna a tre ore di forno. Il granoturco lo chiamano «coc corn», i lombrichi «che Chicche!» e i contadini «che Kitsch!».

Tratto da Il manuale della Playgirl.
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