Tutte le feste hanno qualcosa in comune: pare di essere in un mercatino di schiavi. Ci si offre come in un suk, ciascuno con la propria mercanzia bene in vista: minigonne, sguardi, cravatte e sorrisi. Chi si scambia indirizzi, chi combina cenette, chi formula le proposte più fantasiose avendo però sempre in mente lo stesso obiettivo segreto: cuccare!
Anche se ho una gran fame, non tocco neanche un tramezzino. È una questione di disciplina. Alle feste ci vado per cacciare, non per abboffarmi. Lo diceva anche mio padre, di tenere i cani a digiuno, prima delle battute.
Comincio a studiare il territorio. Ogni festa è come una foresta che pullula di selvaggina. C’è una volpacchiotta molto carina che si dà da fare attorno a un tombolotto dall’aria bovina. Mi
stupirei di tanto interesse, se non sapessi chi è lui, e soprattutto chi è il suo papà. Lei ha negli occhi l’inconfondibile balenìo di chi pregusta la preda. A me pare di sentire come il ronzìo di un registratore di cassa.
Incontro un’altra coppia degna di studio. Lei, tonda, bassina, scodinzolante, e lui, allampanato, con l’occhio astuto da dromedario, che si dà arie da star. Neanche fosse Humphrey Bogart!
Però per lei dev’essere ancor meglio, almeno a giudicare dai gridolini estasiati. È il suo modo di ripagarlo: così il camelide si crederà un purosangue.
Nella seduzione,
non sempre è il denaro
a colmare i dislivelli.
C’è un barbagianni imbambolato davanti a una bella civettina narcisa. Lui lancia occhiate telescopiche su quelle tette e quei fianchi che lo hanno ridotto in catalessi. Se ne compiace, il titonide. E anche lei. Ma non credo che ci starà: ha già ottenuto esattamente quello che s’era prefissa.
Mi guardo in giro. Ecco una seduttrice maldestra che mette troppo in mostra le tette. Fa smorfiettine finto-ingenue. Lascia capire il trucco. Ho sempre pensato che i cattivi prestigiatori abbiano una loro utilità: anche se offrono uno spettacolo mediocre, in compenso t’insegnano a smascherare quelli più bravi.
Ecco, in un angolo, una bella coppia di piccioncini: Daniele e Gloria, appena sposati, con quell’aria da cova. Proprio due piccioncini, d’allevamento. Tubano, loro! Non sanno di essere entrati già «in produzione»: mi par di vedere la Gloria l’anno prossimo con il pancione, e Daniele con l’aria da cappon-famiglia tutto fiero del suo bel lavoretto.
Girando di nuovo lo sguardo mi imbatto in una farfalla dal faccino incantato che sembra uscita dalle pagine di Alice nel paese delle meraviglie. L’avevo notata anche prima. Fa la carina con tutti, a rotazione; si posa nello sguardo di ogni ragazzo come di fiore in fiore.
Vedo che si avvicina. Che sia giunto il mio turno?
«Dimmi, che animale sono io per te?»
Lei mi guarda sbigottita. Un simile benvenuto non se l’aspettava.
«Ti fornisco qualche utile indicazione: il mio sogno è di fare il galletto, ma ho la testa spelacchiata come un tacchino. Ho l’età di un elefante, forse anche la sua memoria, ma non
ricordo di averti mai visto.»
La fanciulla mi guarda esterrefatta, stralunando gli occhi. Siamo usciti dalla sceneggiatura da festa, e lei si trova senza copione. La provoco ancora.
«Dimmi chi sono? Io non lo so più. Ero un animaletto dolcissimo, ma con gli anni mi sono spuntati gli artigli. A proposito, stasera non ho ancora cenato, ti confesso che guardandoti
mi si risveglia un certo languore!»
Sempre più stordita, lei si guarda intorno, cercando un punto di riferimento. Forse vorrebbe sparire. Se ne va disorientata senza dire parola.
Maledizione, sto diventando smemorato davvero! Mi viene incontro una donna che ha tutta l’aria di conoscermi bene. Ma non ricordo assolutamente chi sia. Cose del genere mi
capitano spesso e sono abbastanza allenato: di solito sto sul vago, evito riferimenti precisi e soprattutto faccio domande a ventaglio per trovare un bandolo. Stavolta l’impresa risulta
difficile perché lei fa la reticente e non mi aiuta affatto.
Ah, ecco: finalmente si svela l’arcano. Abbiamo avuto una breve relazione dieci anni fa. È lei che, non reggendo più alla farsa, mi chiede se faccio finta o mi sono veramente scordato.
Preferisco dribblare nel surreale piuttosto che confessarmi rimbambito del tutto:
«Un vero gentleman
nega le sue avventure
anche col miglior amico.
Io sono un gentleman così rifinito
da negarle persino con l’interessata.»