L'onesta gallina padovana (p. 99)

Ho sempre subìto un’attrazione irresistibile per le ragazze oneste: più sono oneste, e più mi attirano. La più onesta di tutte dev’essere stata una ragazzina di Padova. Il suo nome purtroppo me lo sono scordato, ma non posso di certo scordare la sua grande virtù.

L’avevo conosciuta a Cortina. Era una biondina con gli occhialetti da intellettuale e i capelli castamente raccolti in una trecciona centrale che le dava un’aria da Madonna del Beato Angelico.

Ne ero affascinato. Lanciava sguardi pudichi e arrossiva per un nonnulla. Insomma, come si dice: una santarellina. Sarà perché io cominciavo già a subire il fascino del sacro, sarà perché lei aveva il culetto alto, fatto sta che mi sono invaghito di lei.

Purtroppo c’era un inconveniente: la damigella era fidanzatissima con un tipo di una gelosia assurda, che pareva quanto mai fuori luogo, con un fiorellino di donna del genere. E io mi divertivo a seminare zizzania tra loro: una coppietta così ben affiatata mi pareva un insulto per tutte le coppie tribolate del mondo. Ridimensionando la perfezione del loro idillio, tutto sommato, avrei fatto opera di giustizia sociale.

Riuscii a carpire l’indirizzo padovano della santarellina. Avevo un piano preciso. A Padova disponevo di una base operativa in società con un amico di Mestre. Da mesi non contribuivo all’affitto, ma conservavo la chiave e la utilizzavo di frodo. Avevo eletto Padova a mia seconda città. Fingevo di essere iscritto alla sua università come pretesto per frequentare le padovane senza dare nell’occhio. Bologna è una pettegola città di provincia: più di un paio di ragazze per volta non si riescono ad amministrare.

Dunque, giocavo in trasferta, e di gusto: le venete hanno una innata malizia, favorita da un secolare cattolicesimo bigotto e asfissiante.

Le ragazze, desiderose di farla in barba a mamme e precettori, trovavano sempre qualche anima generosa disposta ad aiutarle.

Quanto a me, non mi sono mai tirato indietro se si trattava di aiutare il prossimo, figuriamoci poi, con la prossima.

Il sesso, con un pizzico di peccato, ci guadagna nel gusto. Ne sono molto grato al cattolicesimo.

La prima volta che ero a Padova di passaggio, la chiamai fuori, telefonandole direttamente dal bar sotto casa sua. È un mio vecchio trucco. Se telefoni a una donna da sotto casa e le chiedi di scendere, è più facile che venga giù senza tanti preamboli.

L’importante è di non lasciarle il tempo di almanaccare. Appena lei scese, misi in chiaro che avrei voluto fare quattro chiacchiere da solo a sola. Ma non ero certo che lei si fidasse di me, o meglio, per dirla giusta, che lei si sentisse abbastanza sicura del fatto suo.

Trovandosi quella proposta messa lì come una sfida, lei la colse al volo. E io me la ridevo sornione, mentre salivamo insieme le scale della mia tana in via Battisti. Il primo passo era
fatto.

«Naturalmente non berrai un bicchiere di frizzantino, per non perdere il tuo fragile autocontrollo?!» insinuai, subdolo, per istigarla.

A casa c’era un caldo selvaggio: s’era bloccato il termosifone al massimo. Non l’avevamo mai fatto aggiustare perché, tutto sommato, era meglio così. Un ottimo pretesto per cominciare a spogliarsi.

La santarellina, invece, se ne stava trincerata nel suo cappottino. Doveva scoppiare di caldo.
«Forse ti conviene tenerlo addosso, il cappotto, in fondo è sempre una difesa!»

«Guarda che è meglio se ti togli definitivamente certe idee dalla testa: con me non attacca!»
Ma il cappotto se lo levò.

«L’ho capito, che sei l’unica donna fedele del globo. Guarda che hai tutta la mia ammirazione, per questo. Salvo che mi pare un’ingiustizia non essere io il destinatario di tanta virtù!»

E mentre parlavo le riempivo distrattamente il bicchiere di bollicine galeotte. Si stava facendo sera. L’ultima fioca luce di un giorno di novembre filtrava tra le persiane socchiuse.

L’atmosfera era intima. Lo stereo collaborava con una struggente canzone di Ella Fitzgerald. Le forze onnipotenti della seduzione si stavano tutte schierando al mio fianco. Tanto per accorciare le distanze, mi ero messo a giocherellare con un suo orecchino, senza un preciso obiettivo. Cercavo un’ispirazione.

«A me una donna fedele non è mai capitata... Pare che capitino soltanto agli altri...»

Mi accorsi di aver assunto istintivamente un’aria da pulcino bagnato. Accattivante. Ne approfittai per toglierle il ciondolo dall’orecchio.

«A me, la fedeltà sembra la cosa più naturale del mondo. Come si fa ad amare qualcuno e spassarsela con un altro?» rispose serafica. Poi, come trascinata dall’enfasi di quelle parole, si tolse da sola l’altro orecchino.

«Non so come si possa, so che si fa. Comunque una donna fedele, prima o poi, dovrà pur capitare anche a me!»

E le sfilai con indifferenza il bracciale, come se quel gesto potesse propiziarmi un futuro più equo.

«L’onestà: che parola consumata dall’ipocrisia! Quando parlo di onestà, le mie amiche mi prendono per una marziana!» E si slacciò lentamente l’orologio, forse per far cadere la frase fuori dalla dimensione del tempo.

«Il fatto è che una ragazza virtuosa, purtroppo, non l’ho ancora incontrata, sennò la mia vita sarebbe stata diversa!» affermai con tono convinto, sfilandole decisamente uno stivaletto.

«Comunque, sono convinta del fatto mio!» E si tolse l’altro senza esitazione, strizzandomi l’occhio.

«Ebbene, viva la virtù!» replicai, levandole disinvolto la gonna, come fosse il gesto più logico, dopo un’affermazione del genere.

Pezzo per pezzo, tra i più ispirati aforismi e i migliori proponimenti, ci liberammo di ogni indumento.

Sotto le lenzuola, fu celebrato il trionfo della virtù. Castigammo i costumi con pignoleria, fin nei dettagli. Le vecchie beghine dell’appartamento di fianco, che origliavano sempre alle pareti con un bicchiere, avranno avuto pane per le loro dentiere.

Mentre ci rivestivamo, la vicenda toccò alte vette poetiche. La virtuosa fanciulla, che subiva il fascino del surreale, non demordeva:

«Continuo a non capire come si possa fare le corna al proprio ragazzo. Io non sarei mai capace di farlo!» E non le scappava nemmeno da ridere.

«È proprio per questa tua forza morale, che sono pazzo di te!» Che verecondia! Peccato che simili donne siano così rare.

Avevo il cuore gonfio di felicità: finalmente, anche a me era toccata una donna virtuosa.

Tratto da Della donna non si butta via niente.
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