La cinofila (p. 108)

La fanciulla è uscita con un cane grosso come un vitello, che oltretutto deve avere una specie di attrazione (incestuosa?) per la padrona.

La bestiaccia mi guata come un intruso nel suo ménage zoofilo (o forse cristianofilo, dal suo punto di vista). Mi ringhia sbavando, ruggisce, saliva con la lingua pendula e fa di tutto per
rafforzare in me l’opinione che le bestie stan bene in campagna.

Carlotta non mostra il minimo sospetto che la situazione sia un tantino scabrosa, e anche imbarazzante per me: sono uomo di mondo e saprei contrastare un rivale, ma non so come fare per contendere una donna a un cane. Il molosso, invece, pare perfettamente a suo agio in quel tipo di situazione. A parte il fatto che deve avere un gran caldo, a giudicare dalla lingua che spenzola da tutte le parti.

Magari fosse l’unica cosa che penzola dalla bestiaccia: lui si tira dietro un robo rosso visibile anche da un cieco, ma apparentemente invisibile alla dolce Carlotta. Lei continua a farsi strattonare con l’aria innocente di una pastorella che si trovi casualmente a pascolare un toro in assetto da monta.

La situazione bucolica mi mette a disagio. C’è un animale di troppo, tra noi. Tra cane e padrona mi pare esista un’intesa, nonostante il carosello di strattoni, imprecazioni, sbuffi e scodinzolamenti.

Forse l’intruso sono io, che non so darmi un ruolo, in quel bestiario.

Decido di abbandonare la fanciulla al suo destino canino. Con una scusa, m’infilo in un taxi provvidenziale che passava di lì.

Dal finestrino mi accorgo che la scena si complica con l’arrivo di un tizio che scia sull’asfalto, trainato da una lupa al guinzaglio.

E gongolo per lo scampato pericolo, mentre lascio Carlotta in un partouze a quattro con intreccio di cani, guinzagli, cristiani e lampioni.

Tratto da Della donna non si butta via niente.
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