La grande cucina
dev’essersi sviluppata
come un imbarbarimento
della smania mammesca
di imboccare la prole.
Era un bel po’ che non andavo più a mangiare da lei. Poi ho messo le cose bene in chiaro: se m’ingozzi un’altra volta come un’oca da ingrasso, non verrò mai più a mangiare da te, neanche da morto.
Entro in casa sua circospetto. Mi attende un desco da frate trappista: grissini, ravanelli e carote, mesti e solitari, al centro del tavolo.
«Stavolta si è contenuta» m’illudo. Ma eccola avanzare dalla cucina, con una zuppiera di tortellini.
«Un po’ di brodino, leggero leggero.»
«Sarà anche leggero. Ma ne hai cucinato per un reggimento!»
«Non ci badare. Li ho cotti tutti. Tanto, a me piacciono anche scaldati.»
Vecchia scusa. Il copione lo conosco a memoria, dall’inizio alla fine: io, ingolosito, che mi rimpinzo, e lei, con l’occhio lucente per la vittoria, che assiste raggiante. Fa anche un accenno spudorato a trattenermi:
«Fermati che è la terza scodella! E non dire poi che non ti avevo avvisato.»
La sua ipocrisia è indisponente. Io, naturalmente, trangugio tutto, ingolosito come un porcello.
Quando la zuppiera è scolata, la mamma torna in cucina.
Riappare poco dopo con un’espressione rassicurante: «Ecco, non c’è altro, tutto qua». E mi mostra un minaccioso stufato di salsiccia e piselli.
«Ma... ma... ti avevo detto...» balbetto io, sbiancando in volto, mentre un inquietante balenio suino mi si accende negli occhi.
«Buono il profumo, eh? Ma tu non mangiarne troppo, limitati a un assaggino.» E mi rovescia nel piatto una palettata di salsicce.
«Perché hai cucinato così tanta roba, dov’è il reggimento?» grugnisco io, come posso, con la bocca ricolma di un salsicciotto.
Ormai sono in preda a una metamorfosi, cinquanta per cento uomo e cinquanta per cento suino. E mi verso nel piatto tutto quello che resta dentro il tegame.
«È colpa della ricetta,» si giustifica lei «dà le dosi per sei.» Mi slaccio la cintura dei pantaloni, e lappo il fondo al tegame.
«Accidenti, anche stavolta ho mangiato come un maiale!» grufolo. Mi salta un bottone della camicia. Mentre lo raccolgo, lei ne approfitta per tirare su dal carrello una colossale fiamminga di culatello, salame e prosciutto di Praga.
«Questo è per me, me l’ha ordinato il dottore: culatello di Castell’Arquato e prosciutto di Praga, originale cecoslovacco.»
La fulmino con gli occhietti a fessura, le dita delle mani raccolte a zampetta. Ormai tutto rosa, siedo davanti alla greppia finale, concentrato sull’apparizione fatale di un tris di budini. Chissà se mi è spuntato anche il codino? La metamorfosi kafkiana sarebbe completa.